martedì 12 gennaio 2010

Il cibo e l'ospedale


Sono seduto su un letto d'ospedale, fra un po' mi operano, una sciocchezza ma è comunque un'operazione. Inizio a pensare.

A pranzo mi daranno un panino al formaggio (crescenza, sarò già senza denti?) e uno al prosciutto (non definito ma ipotizzo cotto).
Anche quando è stato ricoverato Noè pensavo al cibo dell'ospedale, aveva una gastroenterite e gli davano da mangiare purè e formaggio (e non credo faccia molto bene in quelle condizioni!).


Ormai siamo quasi tutti d'accordo che la prima medicina è il cibo ma solo negli ospedali non se ne rendono ancora conto. E' una questione di budget? Costerà molto dare un pasto con dei prodotti di qualità cucinati con maestria e presentati in modo fantasioso?

Forse i medici credono troppo nelle medicine e meno nella medicina, intesa come cura della persone nella sua complessità.

Vi immaginate se i migliori cuochi lavorassero negli ospedali? Forse oltre a soddisfare i palati dei commensali diventerebbero dei veri e propri "guaritori"; troppo sovversivo.
Una dieta fatta su misura per il paziente già dal suo primo giorno di ricovero potrebbe essere, nei casi di "ignoranza alimentare", un'introduzione ad una successiva pratica quotidiana di ben-vivere. Si potrebbero impegnare le noiose giornate di degenza per seguire corsi di "educazione al gusto".

Ogni reparto avrebbe una sala da pranzo modello trattoria dove il momento del cibo diventa luogo di scambio e la cucina oggetto di condivisione e discussione, "ottimo questo minestrone di riso e ortiche signora Vianello", "non le pare che questo tempura di fiori di finocchio sia un po' salato signora Paolini?"
Cucina a vista, come nei moderni ristoranti, così da poter essere un esempio permanente per pazienti ma anche per chi lavora in ospedale.

In corridoio, un tavolo con tutte le tisane possibili e immaginabili, con libri sull'argomento, seminari quotidiani di fitoterapia e visite guidate all'orto botanico dell'ospedale.

Oltre ai medici e agli infermieri ci sarebbero i giardinieri-ortolani che curano un grande orto-giardino (è quello che già si potrebbe fare nei dintorni dell'avveniristico ospedale di Venezia, in Terraferma).
Una parte di spazio per le piante aromatiche da trasformare in un laboratorio fitoterapico interno (distillati, principi attivi, creme, ecc), una parte a giardino dei profumi in un percorso emozionale, una parte, la più estesa, a orto-giardino sinergico che detta ai cuochi una dieta strettamente stagionale.

Le caratteristiche dell'hortus conclusus convenzionale andrebbero elaborate ed attualizzate, oltre alle pergole di vite anche altre di kiwi, rosa canina e altri frutti e fiori edibili (vedi plants for a future).

Un grande pollaio per avere uova fresche di qualità, una vasca per il pesce e una per le alghe.

Nei sotterranei, grotte artificiali per la coltivazione dei funghi e fondamentale, colture di germogli.
All'interno dell'ospedale tutte le finestre potranno servire da supporto per l'installazione di sistemi idroponici verticali, tetti verdi coltivati, facciate esposte al sole con orti-giardini verticali.

Ma che anestesia mi hanno fatto? Datemene ancora un po', grazie.