sabato 16 febbraio 2013

Ho fame!

Non so perchè ricomincio a scrivere con tutte le cose che ho da fare ma forse alcune parole vanno impresse "su carta" per rimanere nella memoria.

Mi capita sempre  più spesso di sentire la frase"ho fame". A dirla sono giovani africani, spesso clandestini appena arrivati, ma più spesso ex operai delle fabbriche venete. E' paradossale vedere persone fisicamente prestanti chiedere l'elemosina, com'è possibile non riuscire a convogliare queste energie in qualcosa di produttivo? Cosa si può fare?
Ritornerei alla loro richiesta di cibo, che nasconde naturalmente altri bisogni primari non soddisfatti: un giaciglio decente, l'assistenza sanitaria, un trattamento "civile" da parte delle autorità e potrei andare avanti così fino alla fine della pagina.
Mi sono interrogato sulla prima richiesta e sulla possibilità, soddisfacendola, di affrontare a cascata anche tutte le altre.
Non credo che sia il caso di dar loro da mangiare come se fossimo un'agenzia delle Nazioni Unite, e comunque queste persone conoscono già una serie di luoghi che forniscono dei pasti caldi a chi ne ha bisogno, questa è giustamente una prima fase emergenziale, che va affrontata in questo modo (o in altri che non conosco).
Affronterei il problema da un'altra prospettiva, la possibilità che siano loro stessi a prodursi il cibo ed allo stesso tempo a produrlo anche per altri che non lo possono fare.
Da qualche tempo lavoro in un Centro Diurno di Salute Mentale, sto proponendo un percorso di Permacultura alle persone che frequentano questo posto; la strada che porta a Favaro (che un tempo era campagna anche se ora è diventata una sorta di periferia diffusa di Mestre) lambisce l'Aereoporto di Venezia ed una serie infinita di campi incolti, dove ormai stanno crescendo rovi, boscaglia e dove probabilmente prosperano anche nutrie e pantegane.
Chissà, sarà mai possibile pensare ad un piano di micro-fattorie urbane che producono cibo sano per quelli che ci abitano (magari in fattorie costruite velocemente con materiali eco-compatibili) e per il vicinato?

Ma Venezia è un "Comune Monocultural-Turistico o può anche diventare un po' Poli-Cultural-Agricolo"?
E' possibile tollerare fame e campi incolti?

dopo l'incontro a Marghera "Uniti contro la crisi"


Sabato 22 gennaio ero qui, a Marghera, eravamo qualche migliaio, veramente uniti contro la crisi, c'era qualcosa che mi premeva dire, e l'ho detto, ma l'emozione di parlare davanti a centinaia di persone ha limitato le mie parole a quello che mi usciva dal cuore in quel momento.
Provo ora ad iniziare un discorso sulla terra e i contadini che spero si sviluppi in più puntate.

Parlo come avrebbe parlato un indiano d'america dopo che un intero popolo, che era la maggioranza, diventato invece infinitamente minuscolo rispetto al resto della popolazione.
Siamo pochi, pochissimi, ma fino ad un secolo fa eravamo la quasi totalità. Nel mondo siamo ancora tanti, siamo ancora noi la maggioranza, ma fino ad ora (o per ora) contiamo poco o niente.
Abbiamo una grande responsabilità, dar da mangiare a tutti gli altri e preservare la terra in salute; spesso non siamo in grado né di dar da mangiare a noi stessi e tanto meno mantenerci in salute.
Chiediamo a voi (a noi), figli o nipoti di contadini, di ripensare il vostro rapporto con la terra; non ne avete più la proprietà (e forse questo è un bene) ma non avere terra non significa non poterla coltivare. Dobbiamo ripensare il significato di proprietà della terra, di bene comune, di cosa significa coltivare o meglio, preservare

venerdì 11 gennaio 2013

l'agricultore

Appuntandomi su quaderni e foglietti tutto quello che mi passa per la mente mi sono imbattuto in wendel berry e nel suo manifesto del contadino impazzito

mercoledì 23 novembre 2011

permaculturalmente pensando al piano B

Mi chiedo se qualcuno dei vari Monti o Mari stiano pensando ad un piano B, o meglio, il piano B (dato che non esiste nessun altro piano alternativo).
Alcuni analisti prevedono un crollo dell'Euro nelle prossime settimane (e credo che ci possano anche azzeccare).
Quali scenari si prospettano dunque? Chi ci guadagnerà e chi ci rimetterà?
Sicuramente, con l'inverno appena iniziato avremo bisogno di comprare "energia" da qualcuno. Chi ce l'ha? Possiamo pagarvi in BTP? o in titoli Parmalat? In questa situazione non ci rimane che pagare con quello che abbiamo, e questo lo sanno gli arabi, i russi, gli svizzeri e tutti quelli che hanno in mano le multinazionali dell'energia, quello che abbiamo è territorio, beni artistici, e....gente, sì, gente da far lavorare in cambio di quattro "lire". In questa fase di emergenza, come in tutte le situazioni del genere si da una bella stretta alla democrazia, tutti sono d'accordo per un governo di alleanza nazionale (tutti i politici, non i cittadini ben inteso), e in barba al popolo si faranno passare sempre più leggi che vanno verso un governo "multinazionale" nel vero senso del termine.

Quale piano B? In una situazione di massima emergenza bisogna pensare innanzitutto a:
1) energia disponibile per ospedali e mezzi essenziali
2) riserve alimentari non stoccate con il ciclo del freddo
3) programmazione della produzione della quantità minima di cibo necessaria per la popolazione
4) riserve di sementi sufficienti almeno alla semina primaverile (sarebbe sensato avere una grossa quantità di sementi "rustiche" dato che non ci sarà probabilmente la possibilità di irrigare con pompe azionate elettricamente ed è quindi necessario avere delle varietà resistenti ai climi secchi)
5) riorganizzazione del lavoro (in questo caso tutti sono utili e necessari), finalmente i giovani potranno lavorare tutti dato che le braccia toniche saranno molto richieste sul mercato
6) ridefinizione di quelle che sono le priorità produttive: primario (agricoltura in primis), trasformazione degli alimenti, piccolo artigianato (soprattutto per "aggiustare" la quantità di cose che già abbiamo), servizi alla persona come scuole (rivedrei anche quelle), ospedali (ma è meglio prevenire che curare), polizia(ma potremmo anche farne a meno).




giovedì 9 dicembre 2010

il decalogo


Si parlava oggi con Enrico, di creative commons ma soprattutto di quelle che potrebbero essere le linee guida, gli elementi essenziali di questa:
casa-fattoria-galleggiante-standard-personalizzabile-modulare-multimateriale-autonoma-interconnessa-autarchica-implementabile-smontabile-riciclata-riciclabile-ergonomica-mobile-itinerante-ecologica-anfibia-vegetale-semplice-manuale

come standard base direi che, o deve stare dentro un container o deve avere delle misure che sono uguali o parte di un container; questo è dovuto essenzialmente alla massima mobilità del modulo e dei suoi abitanti. Deve essere possibile montarla e smontarla massimo in due persone, i pezzi di ricambio si devono poter trovare ovunque o comunque facili da costruire o sostituire con altri compatibili. Non c'è regola nei materiali utilizzati, come in permacultura, si progetta in base a quello che l'ambiente circostante offre con più abbondanza.

lunedì 22 novembre 2010

per salvare capra e cavoli


alla fine, o meglio, all'inizio di questa nuova avventura che è la disoccupazione, ho deciso di unire due blog che ho creato in due fasi della mia vita:
la prima, quando pensavo che fosse ora di pensare ad un'unità abitabile mobile galleggiante (vedi: vivigalleggiando). La seconda, fase recente, quando avevo voglia di fare l'ortolano di laguna.
Mi sono ultimamente reso conto che è possibile, anzi, è forse necessario, fare l'ortolano di laguna su una casa galleggiante, che in realtà non è solo una casa ma una vera e propria fattoria.
Non ci sono molti esempi simili al mondo, ho scovato "the science barge", uno zatterone con una serra sopra che scorrazza sull'Hudson River facendo educazione ambientale ai bambini, promuovendo buone pratiche e altro, non è però quello che ho in mente.
Sto invece pensando ad un modulo adatto prima di tutto a quello che dovrei fare qui in laguna, coltivare spazi verdi, da solo o con altri, in isole anche abbastanza distanti fra loro. Mi servirebbe quindi una specie di casa-fattoria, che sia del tutto autonoma energeticamente, che arrivi molto vicino al luogo di destinazione, ma non necessariamente "sul luogo", che abbia un modulo più snello che si possa staccare con facilità dalla casa madre, e altro ancora che andrò a definire meglio nei prossimi post.

Mi vorrei muovere contemporaneamente su due piani: quello intimo e quello su più larga scala.
L'intimo l'ho già descritto prima, progettare la mia casa, adatta ad un ambiente particolare come è quello lagunare.
Il piano più generale ha invece a che vedere con la Pianura Padana e più i generale con tutte le pianure che sono bagnate da fiumi.
Mai come in questo periodo in Italia si parla di dissesto idrogeologico, siamo continuamente in emergenza e subiamo alluvioni che non riusciamo nè a prevedere nè a gestire. Come fare?
Guardandoci in giro non c'è molto da fare, ci resta solo una cosa, agire drasticamente. Pensare ad una nuova riforma agraria-urbanistica che metta esseri umani e territorio non in contrasto ma in simbiosi. Ripensare il territorio dall'acqua, e quindi, nel caso della Pianura Padana, dai fiumi, dai canali, dai laghi e laghetti.
Naturalmente si tratterebbe di abbattere la maggior parte delle case, delle fabbriche, delle strade costruite negli ultimi decenni, fare tabula rasa, per capire dove effettivamente quest'acqua ha voglia di andare, assecondarla, immagazzinarla, rilasciarla piano piano d'estate, convogliarla nei periodi di grandi pioggie in zone alluvionali dove invece di nuocere stimola il suolo ammorbidendolo, limitandone la crescita delle cosiddette "erbacce", ecc.
Rimodellare il territorio, scavando migliaia di laghetti e di canali che creano una fittissima rete d'acqua e di comunicazione.
Se voglio cambiare luogo dove vivere non devo cambiare casa, mollo l'attracco e "con lentezza" mi sposto altrove. Ho un vicino che non sopporto più? Se posso lo prego di spostarsi, altrimenti cambio posto io.
La mia casa galleggiante ha delle misure standard per essere compatibile con la tua, il mio sistema ed il tuo sistema possono diventare un unico sistema......................................continua


domenica 26 settembre 2010

ci vedo, dunque scrivo, vino, bevo, vendemmio

dopo un buon mesetto di vista annebbiata da una sacca di siero dietro la retina (se ne è andata per fortuna da sola) riprendo la scrittura su questo blog che ho veramente trattato male negli ultimi tempi. Ho dato sicuramente più spazio alla vanga (anche se in verità nel nostro orto della Giudecca non la uso da tempo) e comunque ho approfondito di più le attività pratiche.
Oggi è stato giorno di vendemmia con i compagni di spiazziverdi e con gli amici-colleghi dell'associazione "Laguna nel Bicchiere le Vigne Ritrovate". Abbiamo vendemmiato il rosso-mix alle Zitelle, abbiamo caricato tutto in barca e siamo andati in cimitero! Sembra strano ma è così, anche in cimitero, all'isola di S. Michele e più precisamente nel convento dove fino a qualche anno fa c'erano i francescani c'è un orto con vigna e soprattutto una cantina degna del suo nome.
Abbiamo pigiato a mano (con i piedi), mangiando e bevendo tutti insieme, una vera festa insomma. Se il vino è come quello dell'anno scorso sarà sicuramente un buon bere, uve trattate biologicamente, no solfiti, un vino ruspante che sa proprio di sale, di sole, di storia millenaria.
Alla prossima

martedì 12 gennaio 2010

Il cibo e l'ospedale


Sono seduto su un letto d'ospedale, fra un po' mi operano, una sciocchezza ma è comunque un'operazione. Inizio a pensare.

A pranzo mi daranno un panino al formaggio (crescenza, sarò già senza denti?) e uno al prosciutto (non definito ma ipotizzo cotto).
Anche quando è stato ricoverato Noè pensavo al cibo dell'ospedale, aveva una gastroenterite e gli davano da mangiare purè e formaggio (e non credo faccia molto bene in quelle condizioni!).


Ormai siamo quasi tutti d'accordo che la prima medicina è il cibo ma solo negli ospedali non se ne rendono ancora conto. E' una questione di budget? Costerà molto dare un pasto con dei prodotti di qualità cucinati con maestria e presentati in modo fantasioso?

Forse i medici credono troppo nelle medicine e meno nella medicina, intesa come cura della persona nella sua totalità e complessità.

Vi immaginate se i migliori cuochi lavorassero negli ospedali? Forse oltre a soddisfare i palati dei commensali diventerebbero dei veri e propri "guaritori"; troppo sovversivo.
Una dieta fatta su misura per il paziente già dal suo primo giorno di ricovero potrebbe essere, nei casi di "ignoranza alimentare", un'introduzione ad una successiva pratica quotidiana di ben-vivere. Si potrebbero impegnare le noiose giornate di degenza per seguire corsi di "educazione al gusto".

Ogni reparto avrebbe una sala da pranzo modello trattoria dove il momento del cibo diventa luogo di scambio e la cucina oggetto di condivisione e discussione, "ottimo questo minestrone di riso e ortiche signora Vianello", "non le pare che questo tempura di fiori di finocchio sia un po' salato signora Paolini?"
Cucina a vista, come nei moderni ristoranti, così da poter essere un esempio permanente per pazienti ma anche per chi lavora in ospedale.

In corridoio, un tavolo con tutte le tisane possibili e immaginabili, con libri sull'argomento, seminari quotidiani di fitoterapia e visite guidate all'orto botanico dell'ospedale.

Oltre ai medici e agli infermieri ci sarebbero i giardinieri-ortolani che curano un grande orto-giardino (è quello che già si potrebbe fare nei dintorni dell'avveniristico ospedale di Venezia, in Terraferma).
Una parte di spazio per le piante aromatiche da trasformare in un laboratorio fitoterapico interno (distillati, principi attivi, creme, ecc), una parte a giardino dei profumi in un percorso emozionale, una parte, la più estesa, a orto-giardino sinergico che detta ai cuochi una dieta strettamente stagionale.

Le caratteristiche dell'hortus conclusus convenzionale andrebbero elaborate ed attualizzate, oltre alle pergole di vite anche altre di kiwi, rosa canina e altri frutti e fiori edibili (vedi plants for a future).

Un grande pollaio per avere uova fresche di qualità, una vasca per il pesce e una per le alghe.

Nei sotterranei, grotte artificiali per la coltivazione dei funghi e fondamentale, colture di germogli.
All'interno dell'ospedale tutte le finestre potranno servire da supporto per l'installazione di sistemi idroponici verticali, tetti verdi coltivati, facciate esposte al sole con orti-giardini verticali.

Ma che anestesia mi hanno fatto? Datemene ancora un po', grazie.

mercoledì 30 dicembre 2009

appunti sparseggianti

In questi giorni di ritagli e di copia incolla mi lascio guidare dalla sorte e trascrivo frasi sparse, citazioni, link.............

la
resilienza (in psicologia) viene vista come la capacità dell'uomo di affrontare e superare le avversità della vita.

Il ritorno energetico sull'investimento energetico, più comunemente noto come EROEI (o EROI), acronimo inglese di Energy Returned On Energy Invested (o Energy Return On Investment) ovvero energia ricavata su energia consumata, è un coefficiente che riferito a una data fonte di energia ne indica la sua convenienza in termini di resa energetica.

Biosphere della Philips

Quando mieterete il raccolto dei vostri campi, non mietete il campo fino ai margini, non raccattate le spighe rimaste dopo la mietitura, ma lasciatele per il povero e per il forestiero (Levitico, 23, 22)

Alghe in città:
progetto di
Höweler + Yoon Architecture e Squared Design Lab per la città di Boston. Ecopod per coltivare microalghe sulla facciata di un vecchio grattacielo di Boston

www.zerofootprint.net fondata da Ron Dembo, organizzazione che ha prodotto un software che misura l'impronta ecologica in temporeale e trasforma i consumi in carbon credits.

Nemo, il battello a idrogeno di Amsterdam

il water che separa cacca e pipì

venerdì 26 giugno 2009

l'orto-giardino condominiale

Sono qui da un anno ormai. Ho iniziato una lenta trasformazione del mio fazzoletto di terra (3mq) e pietra (altri 30mq). Il percorso è lungo ma ho iniziato a raccoglierne i frutti (cicoria a volontà, insalate, fragole, more e tutte le erbe aromatiche), non mi sono concentrato a pieno perchè ero impegnato sul fronte ben più impegnativo del nostro orto collettivo alla Giudecca che di frutti ne sta dando a dismisura (vedi spiazziverdi).
Voglio iniziare un percorso di avvicinamento alla parte di terra che sta dall'altra parte, che vedo dalla finestra della cucina; è una zona ostica, l'ho osservata a lungo, mi ci fermo, annuso le rose, tocco la terra, ma è un "non luogo" una zona franca che, come in molti casi non dovrebbe appartenere a nessuno, per lo status quo.
Il lavoro che mi attente è quello di coltivare l'essere umano, me stesso, la mia famiglia, i miei vicini di casa che non voglio chiamare condomini.
Si tratta di ribaltare la situazione e trasformare un luogo di nessuno tramutandolo in una terra di tutti. Per ora ci sono rose, rampicanti e non, un'edera, ortensie, oleandri, no comment.
Sotto le piante ci sta il prato, in ombra da un lato dell'edificio (stenta quindi a crescere), al sole a picco dall'altro (si secca).
C'è un giardiniere, che ogni tanto viene a tagliare quella poca erba e a potare le piante, riempie quattro o cinque sacchi di immondizia (che butta nel bidone) e sparge un po' di concime (chimico), dove pensa serva.

Ho molte idee in proposito.

COSA NON C'E'
una compostiera dove buttare gli scarti organici.
uno spazio comune, libero, dove mettere una sedia, uno sdraio, un tavolo per stare da soli o in compagnia.

COSA C'E'
un gruppetto di persone che si occupa di annaffiare nei periodi di secco (mea culpa non l'ho mai fatto, mi ha sempre preceduto qualcun'altro, ma si sa, non sono proprio un fulmine e credo fermamente nella selezione naturale).

COSA SI POTREBBE DIRE, FARE, LETTERA, TESTAMENTO
La prima cosa credo sia quella di trovarci una prima volta ed osservare, annusare, guardare il sole, sentire la terra.

COSA FAREI
Aspetterei l'autunno e mentre aspetto continuerei ad osservare.
Poi sposterei le rose e le metterei in grandi vasi su ruote, in modo da poterle portare in giro e scoprire il luogo che più amano (un piccolo giardino di rose).
Vangherei il terreno, porterei della nuova terra e rialzerei tutto di almeno venti centimetri.
nella parte più grande ma ombreggiata pianterei le prime piante perenni, un mandorlo, more, lamponi, ribes, uvaspina, kiwi, salvia, rosmarino e altro ancora.

nella parte più piccola e soleggiata qualche pianta di vite (da tavola e da marmellata), un anice stellato (Illicium Verum) alcune piante di limone (forse anche 6) su grossi vasi su ruote che si possono ricoverare in atrio d'inverno e tutte le aromatiche perenni.

l'inverno riposerei e pianterei qualcosetta, ancora da decidere.

la primavera è tempo di annuali, fiori che si mescolano a verdure in un intrico di profumi e colori.

per ora è tutto, alla prossima.



plants for a future

venerdì 27 marzo 2009

Eppur si vanga!














Ho tralasciato clamorosamente il mio blog personale per passare a quello collettivo di spiazziverdi, quindi i miei pochi lettori mi avranno dato sicuramente per desaparecido. Eppure le mani sono sporche di terra, come si vede dall'immagine a fianco. Abbiamo preparato la prima spirale e ci accingiamo a preparne un'altra in un orto in continua espansione! Duro lavoro, la gramigna si era adattata perfettamente al prato.

P.S. stiamo cercando disperatamente semi da piantare in ortooooooooooooooo

mercoledì 14 gennaio 2009

spiazziverdi

Non sono finito sott'acqua ma l'abbiamo scampata bella, dopo un mese di silenzio si risente la mia voce ma ne è passata di acqua sotto i ponti;
l'ortolano non è più solo, le ife fungine sotterranee che univano i vari cuori verdi stanno bucando lo strato superficiale, è nato da poco spiazziverdi che sta diventando la sperimentazione virtuale di un gruppo di ortolani di laguna "in erba".
Lunedì alla prima riunione mangereccia eravamo già una decina, abbiamo accordato le nostre intenzioni, abbiamo capito che non abbiamo solo bisogno di piantare e raccogliere frutta e verdura ma sentiamo invece la necessità di riappropriarci di luoghi che si sono via via spersonalizzati, colonizzati da giardinieri dal cuore di ghiaccio e da sempreverdi sempremorti.

Stiamo iniziando a guardare la nostra città sotto un altro aspetto, all'erta, annusando la presenza di giardini abbandonati oltre un muro troppo alto, studiando vecchie mappe, scartabellando in biblioteca per trovare le antiche tecniche che nei secoli avevano prodotto migliaia di orti-giardini che erano l'invidia dei viaggiatori che approdavano in città; fino alla scoperta dell'America Venezia aveva i più forniti orti botanici d'Europa e le pozioni miracolose venivano esportate in ogni mercato.
Nel nostro piccolo vogliamo riportare in vita questi semi sopiti ma anche e soprattutto vedere le stagioni cambiare, abbattere porte che danno su giardini privati non vissuti, piantare semi sulle cacche dei cani, ficcare terra negli interstizi fra i mattoni e i masegni, lanciare palle di argilla oltre le inferriate, abbandonare vasetti-sorpresa sui tavolini dei bar, raccogliere alghe giapponesi per farne concime,
e molto altro ancora

martedì 2 dicembre 2008

orto d'acqua alta


Come si vede dalla foto, ma questo era solo all'inizio, il nostro orticello è andato sotto (la casa fortunatamente no!), di circa dieci centimetri. Non si può parlare di acqua benefica, è stato un putridume che arrivava da un buco nel muro di cinta che dà sulla calle e dal pozzetto (nella foto in parte al mio piede destro).
Ciò significa che tutto quello che è direttamente in terra non me lo mangerò proprio (un sacco di piante di insalata, qualche pianta di broccolo, un paio di cavolfiori e di peperoncini che avevo lasciato ancora crescere e maturare. Il resto, i vasi, sono stati alzati a livello di sicurezza e quindi salvi dalla cloaca che si è scaricata sul nostro "appezzamento".
Tutte queste piante, che hanno assorbito non so cosa (cacca veneziana? detersivi? sostanze chimiche e organiche varie..) li lascio in terra e li lascerò andare a seme, sicuramente con tutto quello che hanno assorbito non verranno attaccate dai parassiti che se le schiferanno proprio.
Le due viti (la passerina e la meraviglia) non le estirpo di sicuro, magari il prossimo anno non avranno bisogno di nessun trattamento contro l'oidio, un po' di sale misto merda veneziana forse è meglio della poltiglia bordolese!

sabato 29 novembre 2008

cavolaia fuori stagione


Ci ho dato fisso in quest'autunno caldo, avrò ucciso minimo qualche centinaio di bruchi per 10 piante fra cavolfiori, broccoli e verze, ed è stato un lavoro improbo, diciamo che siamo andati pari patta, io ho dovuto sopprimerli, qualcuno l'ho lanciato dai vicini (ops!) che non hanno verdure, un paio ho deciso di graziarli; ho preso un vasetto, ci ho messo qualche foglia di verza e li ho rinchiusi. La temperatura del mio riscaldamento condominiale le ha purtroppo ingannate, eccole qui tutte e due che girano per casa alla ricerca di cavoli freschi su cui deporre le uova, non mi sfuggirete, siete in trappola.

domenica 16 novembre 2008

scambio di semi ingombranti o dangerous guerrilla gardening?












Se passate dalle mie parti vi ho lasciato alcuni semetti sul muro di casa.

Basta che allunghiate il braccio e prendiate qualche frutto di zucchina spinosa che è già in fase di germinazione. E' un "seed crossing" abbastanza anomalo ma potreste anche fare del "very dangerous guerriglia gardening" lanciando questi semi nel giardino di qualche persona che non vi è molto simpatica. Quali sono le controindicazioni evidenti:

se vi arriva in testa può farvi veramente male (consiglio infatti la coltivazione a spalliera e non a pergola come io ho incoscentemente fatto!).

quando lo pianterete non avrete minimamente idea di quanti frutti farà ma vi assicuro che anche avendolo piantato a giugno di quest'anno ho raccolto tre cassette (più di 20 kg).

il gusto non è proprio esaltante (decente in agrodolce, vedi post passato)

Perchè coltivarla sta benedetta pianta? Ha il fascino dell'esotico, del pericolo, dell'ignoto...

giovedì 13 novembre 2008

l'orto secondo Ippolito Pizzetti (faccio mie le sue parole)

Da: l'orto, aprile 1976 


È più che naturale invece – e anche umanamente comprensibile, ma non per questo meno deleterio – che una classe media o piccolo borghese o anche operaia che sia, trovatasi tutto d'un colpo nel vortice dell'avventura consumistica, e in cui è ancora vivo e doloroso il ricordo della lunga miseria rurale, non possa e non sappia vedere in quel mondo che ha lasciato alle spalle nient'altro che una ferita che scotta ancora, una memoria da rimuovere. Viceversa il giardino è accettato, ma nella misura unicamente in cui costituisce il segno di un traguardo raggiunto, un simbolo di stato, opulenza, pompa e orpello. Perciò l'albero ha da essere meno albero che sia possibile (la thuya, il Cupressus arizonica) o nel migliore dei casi esotico: una palma, un abete, e per niente al mondo una cosa viva: non l'ulivo, non il pioppo o i salici nostrani che ricordano; non l'albero fruttifero, che richiede attenzioni e sorveglianza, non le annuali, non soprattutto l'orto, che esige vanga e zappa, il rapporto continuo con la terra, il lavoro: quando è proprio il lavoro, quale che sia – come memoria o come sfinente realtà quotidiana – che si vuole scordare. Donde anche l'aberrante e grottesca farsa dell'hobby: che non è altro che un sintomo di fuga e il segno patetico e squallido di un rapporto disturbato col lavoro. Ed è tutta qui, la differenza sostanziale tra l'attuale giardino italiano e quello tedesco e inglese: che il primo è costituito in funzione antidinamica, statica, che esclude ogni rapporto, tanto che potrebbe sussistere senza che nulla cambi al di là di un vetro; mentre negli altri il lavoro, la partecipazione, il rapporto con la terra e il mondo vegetale è la premessa stessa su cui il giardino si fonda. (ritaglio di Lidia su http://www.compagniadelgiardinaggio.it/ippolito-pizzetti)

mercoledì 29 ottobre 2008

The science Barge NY


Ho inserito un post sul mio blog ortolano di laguna che unisce in effetti i due blog su un progetto che potrebbe salvare "capra e cavoli" ortolanamente parlando. Chi mi ama mi segua...

The Science Barge NY


Forse riuscirò a coniugare 2 progetti che ho iniziato da qualche anno e che avevano solo bisogno di maturare con calma; la casa galleggiante e l'orto. Oggi leggicchiavo l'articolo di Nicola sui funghi che mi ha portato al sito http://www.genitonsviluppo.com/ che girovagando qua e là mi ha fatto scoprire che a New York ci sono questi giovani sperimentatori della nysunworks che hanno ideato la Science barge. Vista la carenza di spazio a Venezia e la difficoltà nel raggiungere con i mezzi pubblici le isole dove si può coltivare qualcosa (Vignole, Sant'Erasmo, Torcello), forse sarebbe il caso di riprendere in mano il vecchio blog vivigalleggiando che langue da troppo tempo.
Fare a Venezia (e in Italia) una cosa del genere è pura fantascienza. Noi comuni mortali abbiamo troppi vincoli, i piccoli progetti hanno bisogno di mille autorizzazioni, è più semplice fare una centrale a carbone, non chiedi niente a nessuno, lo fai per il bene della popolazione, crei sviluppo, energia, produzione, produzione...
Tornando a noi, per far passare un progetto del genere in una città come questa dovrei fare delle serre ad arco a sesto acuto (al nostro assessore al decoro Salvadori piace tutto quello che è veneziano, o meglio, che è lo stereotipo del veneziano, il settecento, la maschera, il vetro, la regata storica, bla, bla). Invece dietro alla Giudecca, o a Sacca Fisola, ci starebbero benissimo. Si potrebbe andare direttamente dal produttore al consumatore con i frutti ancora attaccati alla pianta, la vera freschezza.

sabato 11 ottobre 2008

k ration

Provo ad immaginare, senza augurarcela, la necessità di immagazzinare, diciamo almeno da qui ad aprile prossimo (6 mesi) il cibo necessario alla sopravvivenza di 2 adulti e un bambino.

Tenendo conto che nei mesi più freddi si trovano delle erbe selvatiche anche in ambiente urbano o semi-urbano e quindi vitamine fresche, mi sforzerò di calcolare la quantità ed il costo attuale di tutta questa montagna di cibo necessari per vivacchiare fino a dopo l'equinozio di primavera.


note per una corretta progettazione

cosa non ho
  • no freezer
  • no frigorifero
  • non sono sicuro di avere acqua potabile (forse nemmeno acqua corrente) e quindi nemmeno acqua calda
  • non ho probabilmente un forno elettrico o a gas (forse uno solare, quando c'è il sole)

cosa ho (forse)
  • un posto fresco ed asciutto dove conservare le scorte
  • 3 mq di terra circa (all'ombra) ed una certa quantità di vasi che posso alzare da terra fino a far loro raggiungere qualche raggio di sole
  • contenitori vari per separare le materie prime
  • una gallina o un anatra ovaiola (e qui chiedo aiuto ad Andrea)
ho trovato in rete questo sito http://www.qmfound.com/army_rations_historical_background.htm che descrive le varie razioni "di guerra" dalla guerra di indipendenza americana fino alla seconda guerra mondiale. No comment.

domenica 5 ottobre 2008

zucche e chayote

E' arrivata la prima raccolta.
Ho deciso di anticipare la natura prima che le zucchine spinose (chayote) mi cadessero in testa. Ne ho già raccolte quattro ma sulla pianta ce ne saranno almeno una ventina (ogni giorno ci sono nuovi fiori e nuovi piccoli frutti). Stasera tento la prima ricetta (forse al forno!).
Le zucche (quattro in tutto!) non sono venute molto grandi ma le ho seminate troppo tardi. Una l'ho già mangiata ed era gustosissima, scorza inclusa.

p.s. la fermentazione lattea ha funzionato perfettamente, il vaso più grande, quello del megamix è già finito. E' un ottimo antipasto, indispensabile quando stai cucinando e hai bisogno immediatamente di qualcosa da sgranocchiare. Consiglio di mixare le verdure e di non tagliarle troppo sottili perchè altrimenti si impregnano troppo di sale. Ho già prodotto altri 6 vasi tutti di megamix!



Dopo cena.
Ecco il risultato di una ricetta che ho trovato in rete. Chayote prima sbollentato, poi messo in forno con cannella e burro per una mezzoretta. Nella versione originale, alla fine andava aggiunto dello zucchero a velo, io ci ho messo del biscotto sbriciolato (prima dell'infornata) e del miele abbondante (gentilmente concesso dalle api di mio fratello). Il risultato è un po' insipido, credo sia meglio salare prima l'acqua!